1

Palla a Barba… riprendiamoci la nostra “leggerezza giallorossa”

Posted by Barbapress on Giugno 8, 2020 in Calcio |

Siamo tornati, sicuramente non è stato un bel periodo a causa del Coronavirus e di Roma avevamo poca voglia di parlare. É ora, adesso, di riprenderci i nostri momenti di “leggerezza giallorossa”. Ma dove eravamo rimasti?

James Pallotta è ancora il proprietario della Roma; gli infortuni invece, in questo periodo, non si sono affatto dimenticati di noi: Pau Lopez al primo allenamento a Trigoria si è subito infortunato al polso (una microfrattura).

Pedro alla Roma, il suo nome è sempre più "caldo"
Pedro alla Roma, il suo nome è sempre più “caldo”

E poi, è ripartita la giostra del calciomercato con alcuni nomi che già sono stati abbastanza “pressanti” sui giornali, radio e siti a tinte giallorosse: il 33enne Pedro, il promettente Boga che il Sassuolo ha praticamente riscattato dal Chelsea.

Ma secondo voi… secondo voi… dopo aver visto gli ultimi numeri in rosso sui conti della Roma… di quale investimento ci possiamo fare carico in questo momento storico? Un 33enne a parametro zero che però prende non meno di 5 mld netti a stagione, o un futuribile campioncino il cui cartellino è piuttosto oneroso ma con un ingaggio nettamente alla portata e in linea con il resto della rosa?

Jeremie Boga, astro nascente del Sassuolo
Jeremie Boga, astro nascente del Sassuolo

E poi si parla di un Biraghi in entrata e un Florenzi definitivamente in uscita. Insomma, questo Covid non ha certo aiutato la società giallorossa nel suo percorso di crescita, sia con la mancata (rimandata?) cessione al gruppo Friedkin sia alla svalutazione di certi cartellini di certi giocatori.

Quello che sicuramente ci è mancato in questo periodo sono state le partite di calcio. E ora abbiamo anche la data del rientro in campo della Roma: sarà il 24 giugno, un mercoledì sera alle 21.45 contro la Sampdoria, a porte chiuse. E vedremo come sarà e come andrà. Forza sempre la Roma!

Come sarà tornare a giocare in un stadio vuoto?
Come sarà tornare a giocare in un stadio vuoto?
Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , ,

0

Coronavirus e Fase 2, le linee guida arrivano dalla Cina… ma sono costose!

Posted by Barbapress on Aprile 6, 2020 in Attualità, Scienza |
Conte e Borrelli con il Comitato d'emergenza Covid-19
Conte e Borrelli con il Comitato d’emergenza Covid-19

Fase 2, Conte che dice una data, Borrelli ne riferisce un’altra. Gente comune e influencer sui social che si scagliano contro le istituzioni per una mancanza di chiarezza, perchè hanno bisogno di una data per stare tranquilli e riuscire a resistere nel rimanere a casa. Più che quando inizierà questa nuova fase, la cosa importante sarebbe quella di sapere cosa andremo a fare. La curiosità stavolta mi ha portato nel seguire (già lo faccio da tempo) i pezzi di Daniele Raineri su “Il Foglio”.

In un articolo della scorsa settimana ci elenca alcune linee guida che arrivano dalla Cina, dove – ricordo sempre a tutti – si è dovuto contenere la diffusione del virus in una metropoli di 11 milioni di persone, non in uno stato di più di 60 milioni di “italiani”, alcuni furbetti.

Una delle più importanti raccomandazioni che ci arriva dalla Cina è quella separare tutti gli infetti dai sani il prima possibile (il governo cinese non è trasparente, ma i medici cinesi hanno acquisito molta esperienza nella lotta contro il Covid-19). Liang Zong’an, un esperto in malattie respiratorie che è venuto in Italia a spiegare come hanno fatto a contenere il contagio a Wuhan, dice a Bloomberg News che all’inizio anche loro avevano fatto lo stesso errore.

La metropoli di Wuhan nel periodo di "lockdown"
La metropoli di Wuhan nel periodo di “lockdown”

La città cinese da undici milioni di abitanti è finita sotto lockdown il 23 gennaio, ma in una prima fase i medici cinesi accettavano negli ospedali soltanto i malati con sintomi gravi e spedivano indietro i malati con sintomi lievi per non saturare il sistema. Ai malati con sintomi lievi raccomandavano di isolarsi in una stanza di casa loro e di evitare i contatti con il resto della famiglia – ma il risultato è che molto spesso i malati con sintomi lievi trasmettevano il virus al resto della famiglia e alcuni dei contagiati diventavano gravi.

Quando i cinesi hanno capito che il virus era molto contagioso anche quando i sintomi dei malati sono lievi – oppure persino quando i sintomi non ci sono ancora – hanno cambiato strategia. A partire dal 2 febbraio, dieci giorni dopo, a Wuhan è cominciata una operazione molto aggressiva per mettere in quarantena chiunque avesse i sintomi del Covid-19 o fosse sospettato di averli o addirittura in qualche caso fosse stato a contatto con un malato.

Zhang Jinnong, capo del reparto emergenze in un ospedale di Wuhan, spiega al Wall Street Journal che secondo lui è stata la misura più importante. La nuova strategia costrinse le autorità a requisire centinaia di alberghi, di scuole e di altri luoghi per trasformarli in centri di quarantena. Inoltre cominciarono i test di massa perché a quel punto i tamponi servivano soprattutto a “vedere” come il virus stava attraversando la città, in quali quartieri stava diventando più denso, quali parti della popolazione e quali quartieri era necessario isolare.

Il "Cristallo Palace" di Bergamo pronto ad accogliere nuovi contagiati
Il “Cristallo Palace” di Bergamo pronto ad accogliere
nuovi contagiati

I test passarono da duecento a circa settemila al giorno. I malati lievi consumano la loro malattia isolati dal resto del mondo. “Basta spegnere il sistema di condizionamento dell’aria negli hotel”, dice Zhang Jinnong, per non facilitare la trasmissione. Il 3 marzo, un mese dopo il cambio di linea, l’epidemia in città è stata dichiarata “completamente sotto controllo”.

In Italia in questo momento ci sono più di cinquantamila persone infette in isolamento domiciliare e agiscono come microfocolai. Non possono uscire di casa. Anche se i positivi non escono, è probabile che trasmettano il virus ai familiari e quelli come minimo escono per fare la spesa.

Nella Fase 2 si dovrebbe trovare molti luoghi adatti a una soluzione del genere, come caserme dismesse e alberghi (tanto la stagione turistica non sarà fortissima). Si dovrebbe tenere i positivi di una stessa famiglia nello stesso luogo, ovviamente, e procedere su base locale così nessuno sarebbe lontano da casa. Sarebbe una strategia costosa, ma sarebbe senz’altro meno costosa che bloccare di nuovo tutto il paese.

I "furbetti all'italiana" a Via Sestri a Genova in tempi di lockdown
I “furbetti all’italiana” a Via Sestri a Genova
in tempi di lockdown

In pratica però c’è il rischio di ottenere l’effetto opposto, soprattutto conoscendo il popolo italiano – d’altronde il termine “furbetti” l’abbiamo ormai catalogata noi. Per non andare due settimane in quarantena, molti potrebbero tentare di sfuggire il più possibile ai test oppure non dire di avere sintomi lievi e quindi invece che una fotografia esatta del contagio si allargherebbe la parte “sommersa” – e molto pericolosa. E al posto di una separazione netta tra sani e malati ci sarebbe un gioco a guardia e ladro su scala nazionale, cosa che un paese non può permettersi durante una pandemia. Ma è adesso che occorre capire se è fattibile.

Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1

Coronavirus e contagi, ci vediamo l’11 maggio allora?

Posted by Barbapress on Aprile 3, 2020 in Attualità, Scienza |

Quando finiranno i contagi? Perchè sto dando a molti delle mie persone care appuntamento all’ 11 maggio 2020 per poterci rivedere? É solo un’ipotesi, che però sembra esser stata confermata questa mattina da interviste radiofoniche di Angelo Borrelli, capo del Dipartimento di Protezione Civile. L’ obiettivo sarebbe la seconda settimana di maggio. Sarebbe il momento in cui, secondo le tendenze attuali, potrebbero azzerarsi le nuove diagnosi di contagio da Covid-19 sull’intero territorio italiano.

Piazza di Spagna ai tempi del Covid-19, quasi deserta
Piazza di Spagna ai tempi del Covid-19, quasi deserta

In un pezzo di Federico Fubini sul Corriere.it vengono riportati i risultati di un lavoro di ricerca dell’ Einaudi Institute for Economics and Finance (Eief), un centro di ricerca universitaria di Roma. E si dovrebbe arrivare alla frontiera di quota zero nei nuovi contagi registrati fra il 5 e il 16 maggio. Ma alcune regioni, Veneto e Piemonte inclusi, possono raggiungere il risultato già nella prima metà di aprile e in ogni caso quasi tutte entro il mese prossimo.

La base statistica è costituita dai dati forniti ogni giorno alle 18 dalla Protezione civile ed è stimando le variazioni quotidiane e la loro evoluzione nel tempo che l’Eief formula le proprie estrapolazioni. Il lavoro è affidato a Franco Peracchi (affiliato anche alla Georgetown University e all’Università di Tor Vergata) e verrà rivisto e ripubblicato ogni sera sul sito dell’Eief dopo gli aggiornamenti della Protezione civile.

Piazza Duomo a Milano ai tempi del Covid-19, quasi deserto
Piazza Duomo a Milano ai tempi del Covid-19, quasi deserto

L’intervallo di oltre dieci giorni fra l’ipotesi più ottimistica (5 maggio) e quella più lontana nel tempo (16 maggio) dipende dai metodi di calcolo prescelti: nel primo caso si valutano i valori mediani – quelli al centro della distribuzione delle probabilità fra le evenienze peggiori e migliori – mentre nel secondo caso si prendono in considerazione anche eventuali valori estremi e fuori dalla norma delle prossime settimane.

In ogni caso, alcune regioni sembrano decisamente più avanti di altre nel contenere l’epidemia e raggiungere l’obiettivo del giorno-zero, quello in cui nessun nuovo contagio verrà constatato dai test. In Trentino-Alto Adige quella soglia dovrebbe essere raggiunta il 6 aprile, in Basilicata il giorno seguente, in Valle d’Aosta il giorno dopo ancora, mentre in Puglia ci si dovrebbe arrivare il 9 aprile. Per le regioni più colpite d’Italia potrebbe volerci un po’ più di più tempo.

Piazza San Marco a Venezia ai tempi del Covid-19
Piazza San Marco a Venezia ai tempi del Covid-19

In base alle estrapolazioni il Veneto arriva al giorno-zero il 14 aprile, la Lombardia il 22 aprile e l’Emilia-Romagna il 28 aprile. Per il Lazio la direzione di marcia indica un obiettivo al 16 aprile, pochi giorni prima di Calabria e Campania. Ultima la Toscana, la regione dove la curva si sta piegando più lentamente, con una soglia prevista appunto al 5 maggio. Ad ora il modello non prevede le date per tre Regioni – Marche, Molise e Sardegna — perché la base dati è per il momento ritenuta non abbastanza ampie.

Le estrapolazioni sono preziose perché la popolazione, le imprese e lo stesso governo di possano formare delle aspettative sulla traiettoria delle prossime settimane. Giorno-zero quindi in tempi anche molto diversi, con uno scarto di quattro settimane fra la prima e l’ultima.

Luigi Guiso, docente di Household Finance dell’Eief e fra gli economisti italiani più influenti nel mondo, ha una proposta: utilizzare i primi territori a zero contagi per tentare sperimentazioni sulle modalità più sicure di avviare riaperture graduali delle imprese e della vita civile. «Naturalmente i blocchi alla circolazione fra i diversi territori del Paese dovrebbero restare in vigore – premette -. Ma potremmo iniziare tra qualche settimana, nelle regioni più avanzate, a misurare le modalità più sicure per ripartire». Ripartire sì, che belle parole!

Piazza Plebiscito a Napoli ai tempi del Covid-19, quasi deserta
Piazza Plebiscito a Napoli ai tempi del Covid-19, quasi deserta
Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

0

Coronavirus e il vaccino che arriverà, molti cervelli in azione

Posted by Barbapress on Aprile 1, 2020 in Attualità, Scienza |

Sarà il vaccino l’arma che ci permetterà di sconfiggere questo Coronavirus, il COVID-19. Lo ha detto anche oggi l’attuale Ministro della salute Speranza nella sua informativa al Senato mentre prolungava fino al 13 aprile le restrizioni delle misure adottate fino ad oggi. E l’impressione è proprio questa: troppi (e meno male!) cervelli si sono mossi, troppo interesse ha destato la comunità scientifica per questa emergenza che stiamo vivendo in questo maledetto 2020.

Coronavirus, quando arriverà un vaccino?
Coronavirus, quando arriverà un vaccino?

Fino a 10 gioni fa il COVID-19 è stato visto come un cristallo attraverso la riproduzione dettagliata in 3D di una parte essenziale del nuovo coronavirus, la proteasi responsabile della sua replicazione. L’analisi dell’architettura 3D di questa proteina, descritta su Science e ottenuta grazie a tecnologie all’avanguardia, consentirà, secondo gli autori, lo sviluppo sistematico di farmaci che inibiscono la riproduzione del virus.

Lo studio è stato pubblicato senza embargo, come accade per tutti i lavori che possono dare un contributo alla lotta contro COVID-19, ed è firmato dai ricercatori dell’Helmholtz-Zentrum Berlin für Materialien und Energie e dell’Università di Lubecca. L’analisi strutturale delle proteine viste nell’architettura 3D può contribuire in modo decisivo a identificare specifici punti di attacco per i farmaci.

COVID-19, dalle nuove cure al vaccino: qualcosa si farà
COVID-19, dalle nuove cure al vaccino: qualcosa si farà

E’ così che gli scienziati pensano di aver individuato in ’13b’ una possibile arma in grado di bloccare Sars-CoV-2. Si tratta di una molecola che lega e inibisce l’enzima proteasi usato dal virus per replicarsi nelle cellule infettate. Questo è considerato il bersaglio principale per colpire il virus e la sua struttura 3D, finalmente svelata grazie ai raggi X del sincrotrone Bessy di Berlino, che aiuterà a sviluppare nuovi farmaci.

L’impressione, anche di chi ha poca dimestichezza e familiarità con termini scientifici, è che presto ci sarà un inibitore o comunque un vero vaccino che potrà contrastare la diffusione di questo virus. Perchè adesso la domanda delle domande non è se il COVID-19 riuscirà ad indebolirsi con l’arrivo delle alte temperature, ma cosa succederà il prossimo autunno-inverno.

Coronavirus, milioni di scienziati al lavoro in tutto il mondo
Coronavirus, milioni di scienziati al lavoro in tutto il mondo
Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

0

Coronavirus, la linea del contagio (3): il villaggio tirolese che ha infettato mezza Europa

Posted by Barbapress on Marzo 31, 2020 in Attualità, Scienza |

Dopo la partita di Champions League dell’Atalanta e il deragliamento del Frecciarossa in provincia di Lodi, la “linea del contagio” passa anche da un villaggio tirolese dove una settimana bianca si è trasformata in un altro possibile detonatore per la diffusione del Covid-19. Ripeto anche in questa “terza puntata” che ovviamente tutto quello che segue sono fatti ma sono anche suggestioni, quindi nessuna certezza scientifica, che difficilmente si potrà ora ricostruire esattamente.

Ischgl, un borgo di 1500 abitanti in Tirolo
Ischgl, un borgo di 1500 abitanti in Tirolo

La storia è raccontata in un articolo del 22 marzo 2020 dal corrispondente da Berlino del Corriere della Sera, Paolo Valentino. Bisogna tornare indietro allo scorso 29 febbraio, quando un Boeing della Iceland Air proveniente da Monaco di Baviera atterrò a Reykjavik. A bordo erano in maggioranza turisti islandesi, giovani soprattutto, di ritorno da una settimana bianca in Tirolo, più precisamente a Ischgl, un borgo di 1500 abitanti della regione dell’Austria noto come il paradiso del dopo-sci. Sottoposti al test del coronavirus, l’Islanda era già in modalità emergenza, molti di loro risultarono positivi. Immediatamente il governo islandese dichiarò il Tirolo area a rischio.

Bastarono pochi giorni come per capire che quello islandese non fosse un caso isolato. Uno dopo l’altro, notizie di persone contagiate dal Covid-19 dopo essere state in vacanza a Ischgl cominciarono a rimbalzare in tutto il Nord-Europa, da Amburgo alla Danimarca. Il 7 marzo le autorità norvegesi sottoposero al test un gruppo di turisti che erano stati in Austria nella seconda metà di febbraio. Il giorno dopo Oslo fece un annuncio inquietante: 491 dei 1198 infettati della Norvegia erano stati a sciare in Tirolo, la maggioranza di loro a Ischgl.

Il tempio  dell'après-ski si trasforma in focolaio Covid-19
Il tempio dell’après-ski si trasforma in focolaio Covid-19

Eppure, le autorità tirolesi per oltre una settimana negarono tutto con cinismo e arroganza: «Dal punto di vista medico – dichiarava il direttore sanitario del Land, Franz Katzgraber – non è verosimile che il Tirolo sia stato focolaio di infezione». La stagione sciistica doveva continuare.

Soltanto il 7 marzo, di fronte all’evidenza norvegese e al primo caso ufficiale di coronavirus nel villaggio, ammisero la possibilità. Il contagiato era un tedesco di 36 anni che lavorava come barman al Kitzloch, la più celebre baita della movida locale. Passarono però ancora tre giorni, prima che il locale venisse chiuso. Quanto al resto del villaggio, business as usual: piste aperte, ski-lift operativi, alberghi in funzione. Non bastò neppure che anche la Germania il 13 marzo dichiarasse il Tirolo zona a rischio, dopo che era stato lanciato un disperato allarme: 200 persone che erano state in autobus a Ischgl erano risultate positive al test.

Fu necessario aspettare il 14 marzo perché da Vienna arrivasse l’appello congiunto dei ministri della Salute e dell’Interno a chiunque dal 28 febbraio si fosse trovato in Tirolo a mettersi in quarantena. Incredibile ma vero, per tutto il fine settimana conclusosi domenica 15 febbraio, alcuni impianti di Ischgl hanno continuato a funzionare. Scene di caos sono state registrate una settimana fa, con centinaia di turisti stranieri che dopo l’annuncio si accalcavano sui pochi bus a disposizione in partenza da Ischgl. Nessuno di loro è stato sottoposto a test. Molti hanno dormito domenica notte a Innsbruck, senza nessuna misura precauzionale di isolamento.

La stazione sciistica di Ischgl nel Tirolo
La stazione sciistica di Ischgl nel Tirolo

Ora (23/3) finalmente il paesino è sigillato, non si entra e non si esce. Ma è tardi, troppo tardi. A Ischgl si registrano quasi 400 contagi, il doppio di quelli di Vienna che ha 2 milioni di abitanti.

Soprattutto sono centinaia, sicuramente più di mille gli europei infettatisi direttamente nella valle alpina: la metà dei casi in Norvegia, un terzo di quelli in Danimarca, un sesto di quelli in Svezia, un centinaio di quelli di Amburgo. Incalcolabile è invece il numero di coloro che sono stati contagiati a loro volta da chi era stato a sciare nella valle tirolese e a bere al Kitzloch, contagiando a loro volta migliaia di altre donne e uomini in tutta l’Europa.

L’ombra di una stagione sciistica che ogni anno porta 600 mila vacanzieri in Tirolo è più di un indizio del colpevole ritardo con cui è stato riconosciuto e alla fine affrontato il problema.

Ischgl, incubatore di virus ma il turismo "must go on"
Ischgl, incubatore di virus ma il turismo “must go on”
Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1

Coronavirus, la linea del contagio (2): il Frecciarossa deragliato a Lodi

Posted by Barbapress on Marzo 30, 2020 in Attualità, Scienza |

Se foste rimasti sbigottiti dal possibile “detonatore” del contagio della partita di calcio Atalanta-Valencia meglio non parlare del deragliamento del Frecciarossa a Ospedaletto Lodigiano. Siamo al 6 febbraio 2020, un giovedì qualsiasi. Ripeto anche questa volta che ovviamente tutto quello che segue sono fatti sì ma sono anche suggestioni, quindi nessuna certezza scientifica, che difficilmente si potrà ora ricostruire esattamente.

6 febbraio 2020, un Frecciarossa deraglia vicino Lodi
6 febbraio 2020, un Frecciarossa deraglia vicino Lodi

Il pezzo di Andrea Galli del Corriere della Sera ricostruisce tutto molto bene. Un incidente che nonostante il contenimento delle morti (due vittime, i macchinisti, nessun ferito grave fra i pochi passeggeri), non evita, come da prassi in caso di disastro, l’arrivo dei reparti di pronto intervento di carabinieri, finanzieri e poliziotti (solitamente, su una scala da zero a cento, sono ripartiti in 40-20-40 unità).

Sulla scena dell’incidente, oltre a loro, arrivano i giornalisti che si occuperanno dell’inchiesta sull’incidente, i curiosi dai paesi vicini, i rappresentanti istituzionali. Il virus, in quella che, a brevissima distanza di chilometri, diventerà la prima «zona rossa», è già in circolo. E tra gli otto e i dodici giorni successivi, le forze dell’Ordine accusano i primi malati. L’inizio di una lunga scia che ci porta fino a oggi e fino a Milano, Bergamo e Brescia.

Sul posto del deragliamento intervengono molte persone
Sul posto del deragliamento intervengono molte persone

I sintomi sono identici: dolori muscolari, febbre anche sopra i 39 che abbatte i corpi, gola secca e fatica a deglutire, tosse. Pur se con una portata superiore alla norma, gli indebolimenti vengono catalogati come influenza di stagione. Non è ancora la fase dei tamponi e così quei carabinieri, finanzieri e poliziotti dormono in caserma insieme agli altri, mangiano in caserma, e appena si riprendono tornano sui mezzi e in azione. Fino a quando — e arriviamo al 23 febbraio, domenica — bisogna iniziare a garantire la sorveglianza ai confini di quella «zona rossa» nel Lodigiano. E il personale torna a stretto contatto con il virus.

In questo periodo, febbraio, manca la consapevolezza della gravità della situazione, e permangono indecisioni nelle scelte governative e di conseguenze su quanto sia importante garantire la sicurezza personale. Uno dei testimoni ha raccontato al Corriere: «Ci sono stati anche contatti ravvicinati con i residenti. Parecchie volte. Non so quanto sia filtrato alla stampa, ma in certe situazioni è capitato di spingere via, anche fisicamente, chi a tutti i costi voleva “evadere”. Dopodiché, dobbiamo essere onesti: le mascherine erano poche. Pochissime. E sicuramente con leggerezza noi per primi, ce le scambiavamo: chi smontava dal turno le consegnava al collega che attaccava dopo di lui…».

Un posto di blocco fuori da Codogno, "zona rossa"
Un posto di blocco fuori da Codogno, “zona rossa”

Nel flusso dell’organico inviato ai lembi della «zona rossa», nell’ambito del turnover, ci sono anche uomini che in precedenza, il 19 febbraio, sono impiegati nell’ordine pubblico della partita di Champions League tra Atalanta e Valencia.

La linea del contagio quindi ha avuto un’ulteriore estensione nella Bergamasca e nel Bresciano, viaggiando con le forze dell’ordine. Ma non finisce qui.

Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

2

Coronavirus, la linea del contagio (1): la partita tra Atalanta e Valencia

Posted by Barbapress on Marzo 27, 2020 in Attualità, Calcio, Scienza |

Dopo esser stato incuriosito da numeri, modelli matematici, rapporto tra diffusione del virus e determinate condizioni climatiche, la mia attenzione viene autenticamente dalla “linea del contagio”. Non tanto come è stato possibile che il Covid-19 sia arrivato in Italia, ma come sia stato possibile che tutto si sia velocizzato da un momento all’altro. Perchè il Nord Italia, perchè la Lombardia, perchè Milano, perchè il lodigiano? Nei prossimi post sul blog, alcune incredibili concentrazioni di punti di contagio.

Tifosi del Valencia in Piazza Duomo nel prepartita di Champions
Tifosi del Valencia in Piazza Duomo nel prepartita di Champions

Il primo sicuramente è quello della partita di calcio degli ottavi di Champions League tra Atalanta a Valencia, che si gioca a Milano, stadio San Siro, il 19 febbraio 2020. Per ricostruire tutto leggo e rimango estasiato dal pezzo di Paolo Berizzi e Paolo Griseri sulla Repubblica (sabato 21 marzo 2020, link pdf a fine post). Un articolo che riprendo qui di seguito e che non ho avuto difficoltà a definire una perfetta sceneggiatura per un qualsiasi Oliver Stone che potrebbe farci davvero un film sullo stile di JFK. Ovviamente tutto quello che segue sono fatti ma anche suggestioni, nessuna certezza scientifica, che difficilmente si potrà ora ricostruire esattamente.

Insomma: “Chi ha contagiato chi?”. L’ormai celeberrimo Massimo Galli, responsabile del reparto malattie infettive al “Sacco” di Milano afferma: “Certamente quella partita è stata un importante veicolo di contagio. Penso che l’epidemia sia partita prima, nelle campagne, durante le fiere agricole nei bar di paese. Ma il fatto di concentrare decine di migliaia di persone nella stessa zona, nello stesso luogo, può essere stato un importante fattore di diffusione“.

San Siro è quasi pieno, sono 45.000 i tifosi dell'Atalanta
San Siro è quasi pieno, sono 45.000 i tifosi dell’Atalanta

19 febbraio, dunque. Pochi giorni prima però succede qualcosa in 2 differenti location: un cimitero spagnolo e in una trattoria di Zogno, sulla sponda del Brembo. Il 13 febbraio, in Spagna, nella regione valenciana, muore un uomo, che soltanto il 3 marzo, quando ne verrà riesumato il cadavere, risulterà positivo al coronavirus. È il primo decesso accertato per Covid-19 in Spagna. Il 13 febbraio quindi, 6 giorni prima della partita di San Siro, l’epidemia aveva dunque già colpito nel Sud della Spagna. Era un caso isolato? O tra i 2500 supporter spagnoli che arriveranno a Milano la settimana successiva c’è qualcuno già infetto?

Il 14 febbraio, nella trattoria pizzeria “Da Cecca“ di Zogno si festeggia San Valentino. Il menù è eccellente come testimoniano i commenti dei clienti due: “Che atmosfera da sogno!“. “Presente, tutto ottimo e grazie lo staff“. Ma non è una serata da sogno. Il 23 febbraio, e sono ancora i post a confermarlo, i clienti di quella sera vengono contattati dall’Asl perché uno degli avventori risultato positivo al Coronavirus.

13 e 14 febbraio: il virus gira nella regione Valencia e a Zogno, 20 km da Alzano e Nembro, due degli epicentri del contagio. Mancano 6 e 5 giorni a San Siro. Si dirà: un indizio. E a posteriori, come detto. È però un fatto che il giorno dell’andata degli ottavi l’esodo dei bergamaschi che raggiungono il Meazza coinvolge più di 45.000 tifosi (record di sempre per l’Atalanta).

L'invasione valenciana a Milano davanti al Duomo
L’invasione valenciana a Milano davanti al Duomo

Arrivano da ogni dove: da Bergamo, della pianura, dalle valli. Vogliono esserci nel giorno in cui il calcio orobico scrive la storia. I pullman, censiti dal tifo organizzato, sono 28. Poco più di 1500 persone. Gli altri, la maggior parte, arrivano in macchina. Due ore per fare 50 km.

Ci sono tra loro anche quelli che abitano nei 38 comuni della Val Seriana, uno dei focolai del contagio. Sono 540 persone secondo quanto Repubblica ricostruito in base ai dati forniti dal tifo organizzato. Molti raggiungono direttamente lo stadio e sostano sul Piazzale Angelo Moratti antistante gli ingressi. Altri consumano l’attesa passeggiando nel cuore della città, in Piazza Duomo, dove fraternizzano con i tifosi del Valencia (nonostante loro gemellaggio con i nemici dell’Inter).

È una festa documentato dalla diretta di Bergamo tv dove, tra gli altri, il giornalista Cesare Zapperi racconta: “Prima di venire qui mi sono fatto un giro in Piazza Duomo. C’era un’atmosfera bellissima. Ho preso la metro. Se non tifosi del Valencia e dell’Atalanta insieme. Una festa dello sport“. Piazza Duomo, da lì la metro con un cambio arriva a San Siro. È un dettaglio che va notato. Perché sulla metropolitana sale anche il giornalista spagnolo Kike Mateu, risultato positivo al Covid-19 pochi giorni dopo: è sicuro di aver contratto il virus proprio lì.

45.000 tifosi – e davvero non importante quale fosse il loro passaporto, quanti fossero infetti, sintomatici o quanti asintomatici – sono l’evento che può aver creato l’innesco. É un fatto che il 4 marzo, 14 giorni esatti dopo la partita di San Siro, la curva di contagio bergamasca subisce un’impennata. Sappiamo anche cosa accade dopo. Il 9 marzo l’Atalanta parte per Valencia dove il giorno dopo giocherà il ritorno a porte chiuse.

Nove giorni prima di disputare una surreale partita di campionato a porte aperte a Lecce. Proprio quel giorno si ammalerà di Coronavirus un ristoratore di una trattoria locale. Il 16 marzo il Valencia rende ufficiale che il 35% del personale della società, giocatori e personale tecnico, risulta positivo al Coronavirus. L’Atalanta cancella immediatamente il calendario di allenamenti previsto nei giorni successivi. Mette in quarantena precauzionale i suoi calciatori facendo sapere informalmente che non c’è nessun caso di contagio e annuncia che gli allenamenti riprenderanno il 24 marzo, il giorno in cui l’Italia dovrebbe uscire di casa. Sapendo che così non sarà.

SCARICA IL PDF DELL’ARTICOLO DE “LA REPUBBLICA” QUI

Atalanta - Valencia, una partita che non si doveva giocare
Atalanta – Valencia, una partita che non si doveva giocare
Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1

Coronavirus e clima, gli interrogativi degli scienziati

Posted by Barbapress on Marzo 25, 2020 in Attualità, Scienza |
Milano, emergenza smog:"Inquinamento allarmante"
Milano, emergenza smog:”Inquinamento allarmante”

Coronavirus e clima, smog e diffusione del Covid-19: gli interrogativi di qualche giorno fa iniziano a farsi avanti anche nelle menti degli scienziati e, di conseguenza, anche sui giornali. Uno dei primi pezzi du questa tematica lo scrive Erica Dellapasqua sul Corriere della Sera (20 marzo).

Roma, per esempio, è una citta salubre? Nella Capitale, soprattutto a febbraio, ci sono stati pochissimi sforamenti delle centraline che registrano i valori delle polveri sottili, certamente molti meno di Milano: 0,4 sforamenti medi per ogni centralina di rilevazione rispetto agli 8,9 di Milano.

Via Torino inizia a svuotarsi (Milano, 29 febbraio 2020)
Via Torino inizia a svuotarsi (Milano, 29 febbraio 2020)

L’ipotesi di relazione, tra inquinamento da Pm10 e diffusione del virus, è stata avanzata da un gruppo di ricercatori e medici della Società italiana di medicina ambientale (Sima) che hanno incrociato i dati delle varie Arpa regionali, le agenzie per la protezione ambientale, coi casi di contagio.

Non è passata così inosservata un’attinenza tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi infetti aggiornati al 3 marzo, considerando cioè un ritardo di circa 14 giorni che equivarrebbe al periodo di incubazione.

Diventa perciò emblematico il caso di Roma: la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane, ma, finora, non si è innescato un fenomeno così virulento. Nella Capitale, nel periodo esaminato, le centraline non hanno registrato sforamenti rilevanti. A differenza, invece, di Milano, che più spesso ha superato la concentrazione-limite di 50 microgrammi per metro cubo e dove in effetti i contagi erano maggiori.

Inquinamento e smog, anche Roma non se la passa bene
Inquinamento e smog, anche Roma non se la passa bene

«Considerando il tempo di infezione, ovvero la presenza del virus sul territorio, identica in quanto i primi contagiati sono contestuali – notano ancora gli studiosi – la diffusione in Lombardia è stata più virulenta rispetto a Roma». Tra qualche giorno avremo i dati relativi all’intero mese di marzo, ma comunque la connessione clima/smog e diffusione del Covid-19 diventa un’opzione anche nella mente di medici e scienziati. Ai posteri l’ardua sentenza.

Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

0

Coronavirus e clima. Addio all’inverno che non c’è mai stato

Posted by Barbapress on Marzo 23, 2020 in Attualità, Scienza |

Siamo arrivati! Arriva il giorno dell’equinozio e si entra in piena primavera. Addio inverno, 20 o 21 marzo non fa differenza. Il sole splende in alto ed è già immenso il rammarico per non poter fare una bella passeggiata sul lungomare a causa delle “restrizioni da Coronavirus”.

Addio inverno, è mai iniziato?
Addio inverno, è mai iniziato?

Ormai totalmente “contagiato” dall’argomento clima, trovo molto interessante il pezzo su Repubblica di Elena Dusi (del 19/3) intitolato “La fine di un inverno che non è mai cominciato“. Fiori che fioriscono prima del dovuto, zanzare che già svolazzano (vi ricorda che “problemi” ci creavamo tempo fa? Altro che Coronavirus!) e regioni che lanciano i primi allarmi di siccità già a fine febbraio.

Tra dicembre e febbraio, in Europa, abbiamo volato sopra la media di 2,5° C in più rispetto a quello che ci sia aspettava. Si potrebbe parlare quasi di un inverno più caldo della storia e per l’Italia uno di quegli inverni più miti e secchi da quando abbiamo le osservazioni metereologiche.

L’inverno italiano è stato mite con 2° C in più rispetto al trentennio di riferimento 1981- 2010. Un inverno con un febbraio record dal 2,8° in più della media, un inverno così secco da registrare un calo delle precipitazioni del –68% a gennaio e -80% a febbraio.

Prealpi Orobie in Lombardia senza neve naturale anche oltre i 2000m
Prealpi Orobie in Lombardia senza neve naturale
anche oltre i 2000m

Mal comune, mezzo gaudio si dice no? Perchè un inverno senza neve non ha caratterizzato solo l’Italia: anche i Pirenei francesi non hanno visto neanche un fiocco per tutto gennaio e febbraio, e la neve per sciare se la sono dovuta lanciare dall’alto da un elicottero con grande sdegno degli ambientalisti.

Sulla Piazza Rossa di Mosca, in Russia, invece è stata scaricata dai camion almeno per celebrare il Capodanno con un po’ di strada imbiancata; in Germania, invece, per la prima volta hanno dovuto rinunciare all’annata del loro “ice wine”, il vino da dessert prodotto con i grappoli che congelano quando sono ancora sulle viti.

In Italia, allo stesso modo, avevamo notato anche noi fra i banchi dei mercati la mimosa in versione tisana o marmellata; oppure fragole e asparagi risvegliatisi molto presto rispetto al solito, e tra poco ci ritroveremo al banco anche pesche, ciliegie e albicocche che hanno già gli alberi in fiore.

Frutta fuori stagione: è possibile?
Fragole a febbraio: è possibile?

E poi quando piove, lo fa moltissimo. Ad ottobre e novembre, in alcune zone è caduta in un mese e mezzo l’acqua di un anno… e poi passano mesi senza quasi una goccia. Quest’inverno in pianura non abbiamo praticamente visto neve, sono rimasti bruni anche gli Appennini. All’Abetone, tra dicembre e febbraio, sono caduti soli 55 cm di neve: è il secondo dato più basso di sempre, solo le Alpi a novembre si sono ricoperte di un buon manto.

E di conseguenza, quest’anno, sui monti assisteremo poco allo scioglimento primaverile che crea le “piene dolci” dei fiumi, capaci di riempire le falde preparandole per l’estate. Un altro inverno simile, con poca pioggia, fu quello del 2016-2017 a cui seguì un’estate siccitosa per l’Italia.

Queste condizioni potrebbero diventare sempre più frequenti e chi lavora nei campi lo sta imparando: sono sempre di più i coltivatori che usano l’agricoltura di precisione: ad esempio le app che consigliano quando e quanto irrigare.

L'estate siccitosa del 2017 sui Colli Euganei
L’estate siccitosa del 2017 sui Colli Euganei

Per la carenza d’acqua si inizia già a parlare in molte regioni: l’Anbi ha registrato il 25 febbraio il primo allarme dato in Calabria; i bacini pugliesi raccolgono metà dell’acqua che avevano la fine dell’inverno scorso; il deficit di pioggia del Piemonte ammonta al 62%. “Dal 23 dicembre solo un giorno si è registrata una precipitazioni sopra ai 5 millimetri – fa sapere l’Anbi.

Il calo di piovosità rilevato dal CNR al Nord stato del -25%. Ma è soprattutto al Sud che l’estate si prospetta siccitosa. “Con il 50% della pioggia in meno – conclude il CNR – l’inverno appena concluso risulta il più secco da quando abbiamo a disposizione le misure“. Benvenuta primavera, inverno quando tornerai?

Share

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Copyright © 2009-2020 BARBAPRESS All rights reserved.
This site is using the Desk Mess Mirrored theme, v2.5, from BuyNowShop.com.