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Ufficiale! Edu Vargas è del Napoli: dalla Vergine Lo Vásquez a San Gennaro

Posted by Barbapress on Dicembre 23, 2011 in Attualità, Calcio |

Giovedì 8 dicembre, il giorno dell’Immacolata, mamma Pamela e il figlio maschio minore Camilo, anche lui calciatore, ma under 18, sono stati in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Lo Vásquez. Lo fanno tutti gli anni da quando Eduardo Vargas è nato.

Davanti a quella statua nel piccolo santuario vicino Casablanca, tra Santiago e l’oceano Pacifico, anche quest’anno, l’8 dicembre, sono stati in quasi 1 milione a prostrarsi, a piedi, in ginocchio, percuotendosi. Non per niente è la Vergine più venerata dai cileni.

Il fatto è che Eduardo appena nato, 22 anni fa, cominciò a stare male: allattando al seno della mamma diventava blu, perdeva il respiro, rischiava di affogarsi.

Non è ben chiaro come sia uscito vivo da quei primi mesi. Di certo c’è che per mamma Pamela e papà, Eduardo anche lui, il “miracolo” è dovuto alla grazia che chiesero alla Virgen de Lo Vásquez.

E chissà cosa ha chiesto quest’anno alla Madonnina la signora Pamela Rojas… Il giorno dopo, venerdì9, a Quito, in Ecuador, è cominciata la cavalcata trionfale di suo figlio Eduardo – già tenuto d’occhio da club spagnoli, inglesi, e in Italia, da Inter e Lazio – verso il Napoli di Walter Mazzarri.

 

Un gol alla Liga di Quito nella finale di andata della Copa Sudamericana. Poi due gol in casa, a Santiago, nel ritorno, mercoledì 14 dicembre.

Duecentomila tifosi della “U” – l’Universidad de Chile – sono stati in piazza per tutta la notte a festeggiare il primo trofeo internazionale del club “azul” nei suoi 84 anni di storia.

Vargas però quest’anno vuole vincere tutto. La “U” ha già trionfato nel campionato di Apertura, e l’altro giorno ha messo le basi, battendo da ospite i tradizionali rivali della Universidad Catolica di Santiago nella semifinale del torneo Clausura, per il terzo titolo nell’anno solare:1 a 0 il risultato, con Vargas questa volta a bocca asciutta.

Nella finale la Universidad de Chile troverà il Cobreloa di Calama. E i “loini” sono proprietari del 35% del suo cartellino: è stato lì, a Calama, infatti, in una delle tante squadre del nord Atacameno che hanno il rame, il “cobre” nel nome – Cobreloa, Cobresal, i club dei minatori insomma… – che Eduardo ha cominciato a emergere.

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Quando stava lì, “a un migliaio di chilometri da casa – dice oggi mamma Pamela – moriva di nostalgia. Mi telefonava, piangeva… Sono stata io a convincerlo a tenere duro” . Così l’altro giorno il padre, conducente di taxi “colectivos” a Santiago, annuncia che in Italia ci verranno in quattro: i due Eduardo, la mamma e la sorellina di 5 anni. In Cile resterà solo Camilo che nella prossima stagione giocherà nel Magallanes, serie B, sperando che non muoia di nostalgia anche lui.

Lasceranno, i Vargas, la loro casetta della poblacion Nueva Renca di Santiago. Una casa umilissima dove Eduardo torna a dormire dopo ogni partita. Faceva un certo effetto, lo scorso giovedì mattina, vederlo uscire da quella abitazione circondata da telecamere e fotografi all’indomani della notte di tripudio per la conquista della Copa Sudamericana. E’ che in Cile di grandi trofei internazionali, solo nel calcio, se ne sono sempre visti pochi: l’ultimo, la Copa Libertadores, l’aveva vinta esattamente 20 anni fa il Colo Colo.

 

Il pullman a 2 piani scoperto che intorno alla mezzanotte ha portato gli eroi dell’Universidad de Chile con la Copa dallo stadio Nacionalquello dove Pinochet teneva e faceva torturare gli arrestati nei giorni successivi al golpe dell’11 settembre 1973, per intenderci – fino al lussuoso Hotel Intercontinental del centrale quartiere di Vitacura, ha avanzato per due ore a 5 km/htra due ali di tifosi impazziti. Poi la cena, la festa in hotel, e il ritorno alla poblacion per Eduardo junior.

Per lui ora a Napoli c’è un contratto che parte da circa 1,3 milioni di euro, a salire, ogni anno. Solo da poco, all’Universidad de Chile, era arrivato a guadagnare 180mila dollari. Già! Un anno fa era ancora una riserva.

Ah! Quella Madonnina di Lo Vasquez…

di Pietro Raschillà – © riproduzione riservata Barbapress

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