Addio mister! L’ultimo saluto al grande Vujadin Boskov

Vujadin Boskov (1931 – 2014)
Cioè, stasera è la sua. Luci a Marassi: Vujadin non paga mai. Entra, s’accomoda, saluta e guarda. “Calcio è bellissimo. Sempre”. Oggi di più. Accende la mente, Boskov. Sampdoria-Genoa, due gradinate, la partita diversa, la più bella, la più forte. Sud-nord. Il mare, il porto, la passione, il calcio. La periferia contro il centro, borghesi contro proletari, antichi contro moderni. Non c’è stato per troppo tempo. Perché la B non è la stessa cosa. Ora sì: oggi.

Zio Boskov, quando militava con la Sampdoria (1961-1962)
Vuja viene in mente perché resta l’immagine di questa storia che è altra, unica, differente. Milano, Torino, Roma. No. Genova insegna che cosa sia un derby vero. Allora Boskov partirà da Nervi presto per arrivare puntuale. Senza coda al botteghino: “Tanto non pago. L’ho deciso anni fa: Boskov non paga il biglietto a Samp e non vuole tessera. Io prima giocatore (v. figurina al lato), poi allenatore, sono sampdoriano vero. Quando decido di andare allo stadio entro e basta”. Seduto e un po’ agitato, con la faccia di quello che fa finta di essere tranquillo perché tanto partita dura novanta minuti. Gioca ancora con se stesso. Anche adesso che ha 77 anni e se ne sta tutto l’anno diviso tra il mare e il Danubio. Dice che a Nervi la gente lo incontra, lo riconosce e gli fa la domanda. Mister allora? E lui: “Rigore è quando arbitro fischia”.
Resta e resterà, come un’ossessione attaccata al ciuffo bianco che aggiusta ogni volta che parla con quell’accento che sessant’anni di Italia non ha voluto cambiare. Non dice basta, non si lamenta, non si ribella. La pronuncia sgrammaticata gli ha dato la fama eterna che la lontananza dalle telecamere poteva togliergli. Boskov c’è, fa parte di questo mondo per quelle frasi che sono rimaste nella leggenda pallonara.
Zio Vuja le racconta ogni volta che vuoi come se fosse un Juke Box del classico: “Gullit è come cervo quando esce di foresta”. Uno non gli chiede nemmeno più che cosa significhi. Gira, rigira, annota, trascrive. Parla incalzando. Trascina le parole che vuole rafforzare. Stende il nome sul cognome. Tipo: Lucavialli o robertomancini. Poi la Y al posto della E: l’italospagnoloserboinglesefrancese della vita è un miscuglio che non si può scomporre.
Boskov scherza col suo lessico improvvisato e un po’ ti prende per il culo. Perché è probabile che sappia parlare bene, ma non lo faccia solo per rimanere quello che è, per non deludere, perché gli altri si aspettano di raccontare ancora l’uomo che non s’è mai arreso alla lingua corretta. Perché rovinare tutto? Vujadin ha sempre fatto così.
[..] articolo integrale QUI
di Giuseppe De Bellis sul “Il Foglio” del 17/2/2008


1 Comment
Addio mister! L’ultimo saluto a Vujadin Boskov
Sampdoria-Genoa, due gradinate, la partita diversa, la più bella, la più forte. Sud-nord. Il mare, il porto, la passione, il calcio. La periferia contro il centro, borghesi contro proletari, antichi contro moderni.